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28.03.12

Beni (Arci): sulla riforma del lavoro il governo ha sbagliato

L’Arci esprime una valutazione fortemente critica e preoccupata in merito all’esito della trattativa fra governo e parti sociali sul lavoro e alla proposta di riforma avanzata dal ministro Fornero. Riteniamo che si sia sprecata un’occasione preziosa e che il governo abbia commesso un grave errore, tanto sul piano del metodo che nel merito del provvedimento. Se è vero che per risollevare il paese dalla crisi non basta risanare i conti pubblici, ma occorre rilanciare gli investimenti e creare occupazione, è a questi obbiettivi che andrebbe indirizzato lo sforzo di una rinnovata intesa fra le forze produttive del paese. Ma un nuovo patto sociale, se lo si vuole realmente, si costruisce attraverso il confronto, la mediazione e la concertazione fra le parti sociali, riconoscendo piena dignità alle diverse opzioni e ai legittimi interessi in campo. Non può esserci spazio per atteggiamenti pregiudiziali, tentazioni di rivincita o regolamenti di conti. I sindacati avevano offerto un’ampia disponibilità al confronto su nuove regole per il mercato del lavoro, oltretutto per la prima volta dopo molto tempo in un rinnovato clima unitario fra di essi. Il governo avrebbe dovuto cogliere questa opportunità ricercando con tenacia un’intesa assolutamente possibile anziché pretendere di imporre unilateralmente i tempi e gli esiti del negoziato. Di fatto, così non è stato.

Nel provvedimento non mancano misure positive, ancorché parziali e insufficienti, per combattere la precarietà. Ma sull’intera riforma pesa il vulnus delle modifiche all’articolo 18, tanto più gravi in quanto del tutto inutili agli scopi dichiarati della riforma. Come ammettono gli stessi imprenditori, l’articolo 18 non c’entra niente con le misure per l’occupazione, è solo una garanzia contro l’arbitrio dei licenziamenti ingiustificati e tale sarà bene che resti. Una tutela tanto più attuale oggi di fronte alla lesione dei diritti dei lavoratori praticata in tante aziende a cominciare dagli stabilimenti Fiat.

Non è rendendo più facili i licenziamenti che si attraggono nuovi investimenti e si favorisce la competitività delle nostre imprese. Una cosa è la revisione della norma, altro è la libertà di licenziare. Il tema non è distinguere fra licenziamenti economici o disciplinari. Quando viene riconosciuta dal giudice l’illegittimità di un licenziamento, quel lavoratore deve avere la possibilità di essere reintegrato nel suo posto di lavoro.

La riforma del mercato del lavoro deve servire per estendere i diritti a chi oggi ne è privato, non certo per ridurre le tutele esistenti. Invece ci si è ostinati sulla modifica dell’articolo 18 come fosse un totem da abbattere. Si è voluto farne un simbolo, una bandierina da conquistare per indebolire il sindacato e la Cgil in particolare. A chi giova una riforma non condivisa, con le inevitabili conseguenze che avrà sulla conflittualità sociale? E’ lecito chiedersi se si stia cercando la coesione o la rottura delle relazioni sociali.

Serve ben altro per la crescita del paese: ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro, favorire la ripresa dei consumi, investire in formazione, incentivare le imprese che fanno innovazione. Non vorremmo che ad ispirare l’azione di governo fosse ancora una volta – come con l’esecutivo precedente – l’intento di cercare la competitività della nostra economia solo a scapito dei diritti dei lavoratori. Non possiamo accettare che il lavoro – su cui si fonda la nostra Repubblica – sia ridotto a merce e che venga mortificata la dignità delle persone. Non sono in gioco solo i diritti di questa o quella categoria di lavoratori, ma i principi che stanno alla base del patto di cittadinanza e della nostra democrazia costituzionale.

 

Roma, 27 marzo 2012

 

 

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